Lerici Pea 2018

Il Lerici Pea nasce 64 anni fa nel solco dell’amicizia fra lo scrittore Enrico Pea e l’editore sarzanese Marco Carpena, successivamente a loro si unisce l’intellettuale milanese Alberta Andreoli. Nel 1998 dopo tanti anni gloriosi, a seguito di una ineluttabile crisi legata al passare del tempo, il Premio rinasce per iniziativa di sei amici. Nello stesso solco è nata l’Associazione Amici del Lerici Pea che accoglie molti sostenitori del Premio, convinti, come noi rifondatori, che la poesia fosse proprio quel “luogo dove non essere più soli”. Negli anni la presenza di poeti noti e meno noti e delle principali voci della poesia mondiale ha affidato a tutti noi quel “tantum universalis” che la poesia comunica all’interno dell’eterna spinta tra ciò che un testo poetico è e ciò che esso può comunicare.

Il Premio alla Carriera ha portato per anni in un luogo poetico per eccellenza, Lerici, punta estrema del Golfo dei Poeti, grandi occasioni di incontro, confronto e di crescita culturale rivolti ad un pubblico locale e internazionale. Grandi poeti con sensibilità e formazioni culturali diverse hanno lasciato il loro segno, perché, come scrisse il premio nobel irlandese Séamus Heaney, premiato nell’edizione del 2005 “sia dato credito alla poesia” e così è stato per tanti anni. In questa edizione torniamo a premiare per la terza volta una figura femminile di spicco, dopo la russa Achmadùlina e la brasiliana Marcia Theophilo, è l’anno dell’anglosassone Carol Ann Duffy, un’autrice tra le più popolari del nostro tempo, poeta laureata del Regno Unito, simbolo dell’impegno civile.

La sua sensibilità poetica è ricca di molteplici sfumature che le consentono di affrontare temi delicati e scottanti dei nostri tempi, con grande immediatezza comunicativa.

Nel volume “La sposa del Mondo” del 2002 “La sposa di Pigmalione” affronta il tema della violenza e dello stupro senza retorica: //mi ficcò le dita nella carne…// le unghie erano artigli// non un frego, un graffio, uno sfregio//. …era ghiaccio il mio cuore, era vetro //…  era ghiaia la sua voce //…,  irridente e inaspettata la conclusione //…così cambiai tattica // fui morbida, malleabile, tutta scena // da allora non l’ho più visto//. Con mirabile capacità riconduce prevaricazione e violenza alla loro miseria, riaffermando senza retorica il primato dell’intelligenza. Questa capacità di svelare ciò che non appare, di passare dalla tragedia alla commedia, cambiando la scena e mutando il passo, passando in questo caso dal dramma all’irrisione, rivela una abilità consumata quasi teatrale. Del resto la Duffy è un’apprezzatissima autrice di teatro.

Nell’affrontare temi privati la dimensione è raccolta, amore, distacco, solitudine si sciolgono in versi intimi e corali allo stesso tempo come in “Nido privato”, inedito tradotto da Massimo Bacigalupo e pubblicato nell’antologia dell’anno: //conoscevo la maternitàma non quest’altra cosa che preme il mio cuore ogni giorno//. La sindrome del nido vuoto tocca le corde di ogni solitudine legata al distacco, con una suggestione lirica che è il segreto più profondo della sua poesia, capace di raggiungere con accordi perfetti le corde più intime. Questa forte sensibilità volta a testimoniare e comprendere le contraddizioni delle grandi e minute questioni della modernità, sempre innervate dall’esperienza personale, riesce ad unire nella poesia Elefanti, inedito pubblicato nell’antologia e tradotto da Massimo Bacigalupo, in un unico micro cosmo un ricordo di infanzia, il primo contatto con gli elefanti, con l’umana angoscia del “tempus fugit”, // Un elefante contiene più angoscia di un uomo//. Ma anche in questo testo si giunge ad un approdo non scontato di una personale cosmogonia: //gli elefanti sono perfetti per la terra// con le loro distanze migratorie//.

Ciò che mi ha colpito nella poetica della Duffy è proprio questa capacità di salire e scendere in uno sviluppo contenutistico tonale che approda sempre ad un reale variabile, talvolta rassicurante, ma più frequentemente interlocutorio, dove la dimensione intima e raccolta prevale sempre, sigla di una sentita e autentica vis poetica.

Un sentito ringraziamento alla Fondazione Carispezia, che sempre ci “sostiene”, allo Studio Nealinea & Partners, agli Amici del Lerici Pea, ai sostenitori e a tutti gli amici che ci seguono da anni con grande continuità e passione.

Pia Spagiari 

Premio Lerici Pea “alla Carriera” 2018
a Carol Ann Duffy

MOTIVAZIONE

Carol Ann Duffy è uno dei principali e più popolari poeti del nostro tempo. La sua poesia non fa sconti, affronta con vigore temi privati e pubblici, con grande capacità comunicativa ma senza rinunciare a quello che resta il segreto della poesia, la sua dimensione intima e raccolta. Felicità e dolore, amore e distacco, ma anche il cantico delle creature sempre più in pericolo nel nostro mondo autoreferenziale ed egoistico. Duffy esprime tutto questo, parla con passione della condizione della donna e di tutti, in maniera che ci fa riscoprire la giusta passione e indignazione, senza retorica ma con gli strumenti di un’arte consumata sostenuta sempre dall’urgenza di comunicare. Il suo inglese sfodera tutte le ricchezze e suggestioni di una suprema tradizione lirica riversandole sulla modernità più minuta e riaffermando il ruolo centrale della poesia come solidarietà nella società e nella vita. Poeta Laureato del Regno Unito, Carol Ann Duffy viene oggi accolta con gratitudine e affetto fra i memorabili laureati del Premio Lerici Pea. 

Massimo Bacigalupo



NOTA BIOGRAFICA

Carol Ann Duffy, nata a Glasgow nel 1955 da una famiglia irlandese e cresciuta in Inghilterra, vive da molti anni a Manchester dove è Creative Director della Writing School alla Manchester Metropolitan University. Le sue raccolte poetiche, da Standing Female Nude (1985) a The Bees (2011), hanno ricevuto i principali premi e riconoscimenti, sono amate da un ampio pubblico di lettor, e oggetto di studio nelle scuole. È inoltre autrice di teatro e fortunate antologie e poesie per l’infanzia (La giovane più vecchia del mondo, EL, 2001; L’infanzia rubata e altre fiabe oscure, Fabbri, 2006). Dal 2009 Carol Ann Duffy è poeta laureato del Regno Unito, prima donna e scozzese. In Italia, dove viene di frequente, è stata tempestivamente apprezzata e tradotta, a partire dalla celebre e graffiante raccolta La moglie del mondo (Le Lettere, 2002), cui sono seguite, sempre a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, La donna sulla luna (poesie scelte, 2011) e Le api (2014). Bernardino Nera e Floriana Marinzuli hanno curato la sequenza d’amore Estasi (Del Vecchio Editore, 2008) e Lo splendore del tempio (Crocetti, 2011). Per il centenario della Grande Guerra C aro Ann Duffy ha curato l’antologia 1914: Poetry Remembers, che comprende una sua fortunata poesia sui caduti, Last Post (Ultimo squillo di tromba): “Se i poeti potessero narrarla all’inverso, partendo / dallo shrapnel che ti falcia nel fango puzzolente” (in Le api). Il suo più recente lavoro teatrale, rappresentato a Londra al National Theatre, è My Country, un montaggio interlocutorio di interviste sulla Brexit.


Premio Lerici Pea “Liguri nel Mondo” 2018
a Giuseppe Scognamiglio

MOTIVAZIONE

Giuseppe Scognamiglio è un uomo “di valore”…valore vero, quello fatto di passioni, tenacia, dedizione al proprio lavoro, sete di conoscenza, umanitàDiplomatico, professore di musica, uomo di pace e di cultura, possiede tutte le qualità che vorremmo ogni “Ligure nel Mondo” avesse e di cui siamo profondamente orgogliosi.
La terra dove è cresciuto gli assomiglia molto…poiché, come dice Giuseppe Conte, i liguri sono a casa loro nelle pieghe dell’intero pianeta; sono marinai, esploratori instancabili, ma possiedono anche la capacità di radicarsi facilmente nei luoghi di adozione, con “volontà di fare”, intelligenza, apertura mentale. Questo ha fatto e, ne siamo certi, continuerà a fare l’ambasciatore Scognamiglio nei vari paesi del mondo che lo hanno accolto e che lo accoglieranno.
Ma il Premio Lerici Pea “Liguri nel Mondo”, gli viene attribuito anche perché lo riteniamo un esempio, per le nuove generazioni, di come il “successo” personale, professionale e, soprattutto, “duraturo”, si possa ottenere solo con umiltà, un passo alla volta, attraverso un approccio serio e costante agli studi e se fermamente determinati alla costruzione di una professionalità articolata e polivalente, strumento necessario per inserirsi e crescere nel nuovo mondo del lavoro: articolato, difficile e in costante mutazione.

Lucilla Del Santo


Ricorderete tutti, credo, la frase di Socrate: Io non sono un ateniese o greco, io sono un cittadino del mondo. Qui con noi oggi abbiamo un cittadino del mondo, l’ambasciatore Giuseppe Scognamiglio. E se qualcuno di voi ora gli chiedesse quale è il suo luogo di nascita, credo che egli potrebbe ben rispondere con le parole di Marguerite Yourcenar “Il mio luogo di nascita è quello dove per la prima volta ho posato uno sguardo consapevole su me stesso. La mia prima patria sono stati i libri. E in effetti i libri sono stati veramente la sua patria e grazie ad essi si è formato, ha scoperto chi era e cosa voleva fare della sua vita. Di origine napoletane, a 2 anni e mezzo Giuseppe Scognamiglio giunge con la sua famiglia alla Spezia, in Liguria, e qui cresce e frequenta tutte le scuole; qui ha avuto i suoi primi amici; alla Spezia, come lui stesso ci racconta, sono nate e ha potuto coltivare le passioni che lo hanno accompagnato per tutta la vita: oltre al mare, la musica, la letteratura, la storia. In una parola, la bellezza in tutte le sue declinazioni. Ed una curiosità e sete di conoscenza che lo hanno spinto verso nuovi orizzonti con un desiderio ardente di viaggiare e scoprire il mondo. Dopo il Liceo classico spezzino, Lorenzo Costa, eccolo a Milano, all’Università Bocconi, poi con una borsa Erasmus e Parigi, e poi il grande salto nella Carriera diplomatica. Ma ogni anno è sempre ritornato, almeno per qualche giorno, dai genitori, dagli amici di gioventù, perché è solo attraverso i viaggi e la distanza che possiamo riconoscere dove si trova quel qualcosa che ci appartiene veramente. Anche le città, come le persone, hanno una loro personalità e a seconda delle città e del viaggiatore, può scoccare un amore reciproco. Possiamo dire che quello nato tra Giuseppe Scognamiglio, la città e il Golfo dei Poeti, quando ancora era un bambino, è stato un grande amore.

Ed è per questo motivo che noi oggi riteniamo di potergli assegnare il Premio Lerici Pea Liguri nel Mondo in piena coscienza di quello che facciamo, perché Giuseppe Scognamiglio è, di fatto, uno spezzino: a La Spezia ha vissuto tutta la sua infanzia e adolescenza; e dunque anche in questa città della provincia ligure sono le sue radici.

La Spezia, o Spezia, come vogliamo chiamarla, è del resto, credo di poterlo dire senza paura di smentita, forse la meno “ligure” in senso stretto, delle province Liguri: quella che da subito, pochi anni dopo l’unità d’Italia, ha accolto migliaia di lavoratori da ogni parte della nostra Nazione appena nata. Dal sud, dal centro, dal nord Italia, giunsero giovani uomini richiamati dalle grandi possibilità di lavoro che la costruzione dell’Arsenale militare voluto da Cavour offriva loro. Uomini che si sono fermati, hanno messo su famiglia, hanno avuto figli, si sono radicati portando nuova linfa e nuova creatività in quello che sino ad allora era stato solo un piccolo borgo addormentato.

Come sanno bene i membri dell’Associazione Liguri nel Mondo qui presenti, che saluto, questo è quello che è accaduto alla Spezia nella seconda metà del secolo XIX ; ma nella storia d’Italia questa sorta di migrazione interna si è ripetuta, questa volta in grandi dimensioni, negli anni che vanno dal 1951 al 1971, gli anni del cosiddetto miracolo economico che, come ben sappiamo, si basò su un mai visto e sconvolgente fenomeno di rimescolamento della popolazione italiana . Furono allora oltre 10 milioni gli italiani che, dalle regioni del sud d’Italia, furono coinvolti in fenomeni di migrazioni interregionali. Energie nuove, intelligenze diverse, culture diverse hanno arricchito le regioni del nord Italia anche se all’inizio le difficoltà non mancarono.

”Il treno che viene dal sud/ non porta soltanto Marie con le labbra di corallo/“ cantava Sergio Endrigo negli anni sessanta in polemica risposta ad una canzone di Bruno Lauzi, ma anche “sudore e mille valigie/uomini cupi che hanno in tasca la speranza”. 

Di questo milione di persone che si spostavano al nord d’Italia la maggior parte giunsero nelle città del triangolo industriale: Torino, Milano, Genova. Erano visti come immigrati, esuli, profughi: a Genova per esempio i quartieri del Porto Antico e in generale della città vecchia si svuotarono dei vecchi genovesi per riempirsi di “nuovi arrivati” che andarono ad occupare quello che veniva loro offerto: cantine, soffitte, case inabitate e spesso inabitabili. Nacquero in quegli anni i problemi che anche oggi vediamo con i nuovi immigrati, che non vengono più dal sud Italia ma dal sud del mondo: fenomeni di intolleranza, rifiuto, dovuto ad usanze, religioni, lingue diverse. Ma il tempo “grande scultore”, come scrive ancora la Jourcenar, tutto ha omogeneizzato, tutto ha plasmato, rimescolato. E siamo certi, o meglio possiamo sperare, che ciò possa ancora accadere anche ai nostri giorni. Dicendo questo non vogliamo né possiamo chiudere gli occhi sugli odierni conflitti che attraversano l’Italia, L’Europa, l’intero pianeta, che determineranno sempre di più l’attualità e la vita di tutti noi, possiamo solo augurarci che ci siano persone lungimiranti e consapevoli a “gestirli” con umanità e intelligenza, come crediamo faccia e potrà fare il nostro illustre premiato, al quale auguriamo una lunga e importante Carriera e di portare con se, ovunque si troverà nel mondo, sempre un pezzo di Liguria.

Adriana Beverini

Un ligure che era lo scrittore italiano più letto e amato nel mondo, cittadino del mondo a sua volta, voglio dire Italo Calvino, mi accoglieva nella sua casa di Roma o a Castiglione della Pescaia salutandomi con due parole in un incerto dialetto di Sanremo, cui io goffamente rispondevo, per poi passare subito a parlare di Parigi e di New York, che era la città che Calvino aveva finito per prediligere. Ecco, questa nostalgia un po’ironicamente sentimentale delle proprie origini – a Sanremo Calvino aveva vissuto gli anni formativi dell’adolescenza e della prima giovinezza – e insieme l’apertura totale, l’adesione concreta, curiosa, felice alla vastità del mondo, rappresentano per me l’essenza di uno spirito ligure che spero non sia ancora andato perduto. L’attaccamento da patella al suo scoglio, da ulivo alla sua fascia convivono tra i liguri con la capacità di viaggiare, esplorare, intuire nuove strade, percorrere le distese delle onde, anche metaforiche, e trovarsi a proprio agio, non senza qualche tratto di malinconia, dovunque il destino li porti.

Per questo i liguri sono a casa loro nelle pieghe dell’intero pianeta. Come in Liguria convivono civilizzazione e natura, e basta grattare un po’ sotto la superficie dove furono le più nobili e antiche fabbriche e i più sontuosi alberghi d’Italia per trovare qualcosa di preistorico, fatto di terra, rocce, mare, erba e vento, così convivono praticità, ruvidezza, senso degli affari e una forza visionaria capace di trasformarsi in un progetto di cambiamento o addirittura di rivoluzione. Sono liguri Colombo, Garibaldi, Mazzini, uomini che ebbero per palcoscenico della loro audacia, della loro lotta, del loro ideale il mondo intero, modificando radicalmente il corso della storia.

Fu ancora un ligure, tra Ottocento e Novecento, a raccontare il mondo vivendolo con i suoi viaggi di esemplare cronista del proprio tempo. Edmondo de Amicis non è soltanto l’autore del Cuore, che contiene quel bellissimo racconto “Dagli Appennini alle Ande” che piaceva anche al meno deamicisiano degli scrittori, Henry Miller. De Amicis ci racconta l’oceano e la traversata atlantica dei nostri migranti, ci racconta Istanbul con una freschezza di visione dei luoghi e una capacità di penetrazione di una civiltà diversa dalla nostra, ferma restando la sua idea di un primato dell’Europa, che ancora oggi incantano il lettore.

Mi raccontava un professore uruguayano che fu a causa del disinteresse degli emigrati liguri, in maggioranza intenti agli affari e dialettofoni, se la Spagna degli orgogliosi hidalgo poté far prevalere il castigliano sull’italiano come lingua ufficiale dell’Argentina. E oggi fa specie sentirsi circondati da giovani argentini, come mi è capitato a un Festival letterario di Rosario, che ti si presentano pronunciando i loro cognomi tutti rigorosamente italiani storpiati e resi quasi irriconoscibili dalla pronuncia spagnola.

Nei miei viaggi, qualche volta mi sono trovato a dover spiegare dove e cosa è la Liguria, a ragazzi del Québec, a ragazze turche, che invece si entusiasmavano a sentire dire semplicemente “Sanremo”. E altre volte mi sono stupito di come siano forti certe comunità liguri nel mondo, incontrando nostri corregionali nel sud della California, nel sud dell’Argentina, a Bahia Blanca, a Lima. Confesso che non sapevo che l’emigrazione italiana in Perù fu prevalentemente ligure. E lo scopersi in parte a mio danno. Durante una festa della comunità italiana di Lima, la cantante ballerina scese dal palco per coinvolgere nella danza qualcuno della prima fila di spettatori. Provò con l’ambasciatore, che avendo un ruolo istituzionale da onorare, cortesemente rifiutò. Allora invitò me, che rappresento soltanto la mia povera arte. Accettai così di far due giri di un antico valzerino napoletano. Subito dopo, una signora ingioiellata e dall’accento genovese mi si avvicinò per le congratulazioni: “non so se l’ho apprezzata di più come conferenziere o come ballerino”. Mi sentii un po’ sprofondare, viste le mie non eccelse prestazioni nella danza. Ma risi anche tra me, e di cuore. Lontano, sulle rive del Pacifico, avevo ritrovato quella genovesità borghese, quell’ironia mondana, quel raffinato sarcasmo di cui Montale vecchio fu insuperabile maestro.

E quando penso ancora ai liguri nel mondo e del mondo, penso a Renato Dulbecco, il premio Nobel che ebbi la fortuna di intervistare, un uomo di una signorile disponibilità che mi parlò con il suo incredibile accento anglo-ligure dei suoi ricordi di Porto Maurizio e delle sue letture romanzesche preferite, tra cui spiccava L’amante di Lady Chatterley. E penso a Renzo Piano: nella tragedia che ha colpito Genova nel modo più tragico, anche simbolicamente, il grande architetto genovese ha introdotto, con il suo disegno di un nuovo ponte illuminato da 43 luci quante sono state le vittime del crollo, un elemento di pietà e di poesia. Sia lode a lui. Speriamo che la Liguria si rialzi. Che il suo spirito diventi ancora una volta ambasciatore nel mondo di valori alti, propulsivi verso il futuro, come sono la generosità solidale, la volontà di fare, intraprendere e condividere con giustizia e, se permettete, sottovoce, la poesia e la bellezza.

Giuseppe Conte  

NOTA BIOGRAFICA

Nato il 27 ottobre 1967, cresciuto a La Spezia, dopo aver conseguito la maturità classica ed il diploma di pianoforte, il 4 febbraio 1992 si laurea in economia all’Università «Bocconi».
Nello stesso anno consegue il Master CEMS (Community of European Business Schools).
Dal 1993 al 1994 effettua il servizio militare come Guardiamarina di complemento.
Entra nella carriera diplomatica, a seguito di concorso, il  3 luglio 1995.
Fino al 18 ottobre 1998 presta servizio presso la Direzione Generale del Personale, Ufficio II del Ministero degli Affari Esteri come Capo reparto contrattisti e reparto passaporti.
Dal 19 ottobre 1998 al 27 giugno 2002 è responsabile delle sezioni consolare, commerciale, culturale e cooperazione dell’Ambasciata d’Italia all’Avana (Cuba).
Il 28 giugno 2002 assume presso l’Ambasciata d’Italia al Cairo (Egitto), come responsabile delle analisi di politica interna ed estera, nonché del coordinamento consolare.
Viene promosso Consigliere di legazione il 2.7.2005 e, nello stesso anno, gli viene conferita l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica.
Rientrato a Roma, dall’1 settembre 2006 è Capo Ufficio II del Servizio Stampa e Informazione della Farnesina, responsabile della comunicazione multimediale, dei rapporti con la stampa estera e delle convenzioni con le agenzie di stampa italiane.
Il 3 luglio 2010 viene nominato Consigliere d’Ambasciata.
Dal 19 febbraio 2011: Console Generale presso il Consolato Generale in Buenos Aires (Argentina).
Ambasciatore d’Italia presso lo Stato del Kuwait dal 9 ottobre 2015. Il 13 gennaio 2017 gli viene conferita l’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica. Il 2 gennaio 2018 viene promosso Ministro Plenipotenziario


Premio Lerici Pea “Paolo Bertolani” 2018
a Giacomo Vit e Gruppo Majakoskij 

MOTIVAZIONE

L’edizione del Premio “Lerici-Pea 2018”, per la sezione dialettale dedicata alla memoria del poeta Paolo Bertolani, individua nella scelta dei vincitori, un elemento di straordinaria unicità nel panorama contemporaneo. Il riconoscimento viene infatti assegnato a Giacomo Vit, voce tra le principali e ampiamente riconosciute della poesia italiana neodialettale e, per la prima volta nella storia dei premi di poesia italiani, ad un collettivo che, con questo riconoscimento, festeggia i 25 anni di attività: il ‘Gruppo Majakovskij’. Erede del grande filone della poesia che ha alla sua base l’etica della civiltà pasoliniana e la memoria della lingua parlata nel Nord-Est, su un discrimine o linea di confine etno-linguistica tra Veneto e Friuli, Vit, in quarant’anni di raffinata scrittura in versi (ora ampiamente raccolta nel volume antologico “Vous dal grumal di aria – Voci dal grembiule d’aria.” “Poesie in friulano 1977-2017”, Puntoacapo, 2018) ha segnato un solco profondo nella cultura letteraria del nostro Paese: un solco che coniuga radici e memoria, tensione e attenzione al paesaggio e a chi lo abita, con un occhio attento alle dinamiche della grande Storia, e alle piccole vicende degli esseri comuni o non illustri. Il risultato è tra i più alti, a cavallo tra vecchio e nuovo Millennio, per una poesia che per natura riguarda la civiltà, e per cultura difende e riverbera l’umanità e il creato. Il poeta, nel 1993 fonda il collettivo ‘Majakovskij’, in cui aduna amici e sodali, uniti nel nome del grande poeta russo dalla straordinaria forza e visione, dalla continua tensione ideale e dalla ricerca di elementi che accomunino i destini degli uomini. Il collettivo svolge da un quarto di secolo un’opera meritoria dai molteplici risvolti culturali e sociali. Vit ed il gruppo, tra cui si annoverano i notevoli poeti dialettali Francesco Indrigo e Silvio Ornella, assieme agli altri, siano essi autori in lingua e/o in dialetto: Anna Rita Gusso, Daniela Turchetto, Manuele Morassut e Renato Pauletto, si esibisce in varie località del Friuli Venezia Giulia e del Veneto, con accompagnamento musicale del polistrumentista Nuccio Simonetti. Si tratta di una vera e propria ‘polifonia di voci portate in mezzo alla gente’, come annunciava la nota apparsa nel primo volume del gruppo nel 2000. Voci distinte e differenti, afferenti ognuna a varie aree linguistiche del Nordest, e unite dalla motivazione incrollabile di testimoniare la responsabilità della parola, la dantesca volontà di dire, nei confronti della comunità d’appartenenza e nei confronti del più ampio consorzio umano. La poesia del gruppo tocca dunque le corde scoperte e i motivi più urgenti o epocali: dall’ecologia alla distruzione del paesaggio, dalla devastazione antropologica all’offesa arrecata dai potenti agli ultimi della terra, la pace e la guerra, le crisi economiche e le crisi di civiltà. Ma tocca anche, con grazia e levità, questioni che riguardano l’infanzia e il rapporto con la divinità, l’esigenza del reale, e l’esigenza del sogno, la tensione alla religio. Anche di questo, anzi principalmente di ciò, si testimonia nel più recente volume edito nel novembre scorso: “Non ti scrivo da solo” (Samuele Editore, 2017), il cui titolo risulta emblematico e centrale per tutta la storia del gruppo. Non scrivere da soli significa anche confermare la possibilità di concrescere, culturalmente e umanamente. Significa fare squadra e palestra, curare e curarsi (sorvegliarsi, consigliarsi, correggersi) con reciprocità, ascolto, ospitalità. Significa infine opporsi all’individualismo, cieco e sordo, ormai diffuso ad ogni latitudine. La poesia di Francesco Indrigo e di Silvio Ornella, ad esempio, testimonia anche questo. Nasce dalla specifica personalità dei due poeti, ma si nutre costantemente del confronto con il gruppo, e con la pluralità del pensiero. I versi di Indrigo si muovono tra passato e presente, hanno nel proprio DNA la persistenza della natura, dei luoghi naturali, e affronta drammi, vicende globali: indimenticabili i versi dedicati alla fine di un pettirosso, o quelli per la ‘madre-erba’, o ancora, all’assedio di Aleppo nel più recente libro, “Nissun di nun, Nessuno di noi” (Samuele Editore, 2018). La poesia di Silvio Ornella, per taluni aspetti ricorda una scena o paesaggio bruegheliano: una immensa, rammemorata e contemplata natura, costantemente abitata da una moltitudine di uomini, da una umanità spesso ferita, spesso registrata nelle sue movenze più ordinarie, nelle sue abitudini. E come recita nel più recente volume, la vita della natura e degli uomini sembra colta proprio in quell’attimo del “Timp in motu, Tempo incerto” (Puntoacapo, 2016), in quel sentimento che assomiglia molto a una “Stimmung” della nostra epoca: tra paure e minacce, prima, o forse dopo, un temporale.

Manuel Cohen

NOTA BIOGRAFICA

Giacomo Vit è autore di opere in friulano di narrativa (Strambs, Udine, Ribis, 1994; Ta li’ speris, Pordenone, C’era una volta, 2001) e di poesia (Falis’cis di arzila, Roma, Gabrieli, 1982; Miel strassada, Riccia, Associazione Pro Riccia, 1985; Puartis ta li’ peraulis, Udine, Società Filologica Friulana, 1998; Fassinar, S.Vito al Tagliamento, Ellerani, 1988; Chi ch’i sin…, Pasian di Prato, Campanotto, 1990; La cianiela, Venezia,  Marsilio, 2001; La plena, Pordenone, Biblioteca Civica, 2002, Sòpis e patùs, Roma, Cofine, 2006, Sanmartin, Faloppio, Lietocolle, 2008, Ziklon B- I vui da li’ robis, CFR, 2011, Trin freit, Montereale Valcellina, Barca di Babele, 2014.) E’ uscita nel gennaio 2018 per  Puntoacapo editore la personale antologia Vous dal grumal di vint, che raccoglie quarant’anni di produzione poetica. Ha fondato nel 1993 il gruppo di poesia “Majakovskij”, col quale ha dato alle stampe quattro volumi. Con Giuseppe Zoppelli ha curato le antologie della poesia in friulano Fiorita periferia, Campanotto, 2002 e Tiara di cunfìn, Biblioteca civica di Pordenone, 2011. Componente della giuria del Premio “Città di San Vito al Tagliamento” e “Barcis-Malattia della Vallata. Vincitore di diversi premi, fra cui il “Pascoli”, il “Lanciano”, il “Gozzano” e il “Biagio Marin”. Ha pubblicato anche alcuni libri per l’infanzia in italiano e friulano.

Il gruppo Majakovskij, fondato nel 1993 da Giacomo Vit, si esibisce in varie località del Friuli Venezia Giulia e del Veneto, presentando i propri spettacoli con l’accompagnamento musicale del compositore e polistrumentista Nuccio Simonetti. Nel 2000, per le edizioni Biblioteca dell’Immagine, ha dato alle stampe il libro Da un vint insoterat, una sorta di antologia che raccoglieva tutti i progetti-spettacolo elaborati fino a quel momento. Nel 2003, a cura del Comitato provinciale di Pordenone per l’Unicef, è stato pubblicato il volumetto I diritti dei bambini nella voce della poesia, un’interpretazione in versi di alcuni articoli della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. Nel 2016 con Samuele editore è uscita l’opera Par li’zornadis di vint e di malstâ, e nel 2017, sempre con lo stesso editore, Non ti scrivo da solo, un volume dove s’incontrano poesia e spiritualità.  Il gruppo è stato spesso coinvolto anche nella dialettica poesia-arti visive, collaborando con artisti affermati come Loris Cordenos e Gianni Pignat.


“30 anni di Libri d’Artista celebrano la grande Poesia”

Museo CAMeC 20 luglio – 7 ottobre 2018

Dalle avanguardie storiche del Novecento a oggi, il Libro d’Artista assume una propria identità come opera d’arte complessa e poliforme, di indubbio fascino.
La pubblicazione di libri d’artista da parte delle Edizioni d’Arte Colophon, fondate da Egidio Fiorin, inizia nel 1988, con quattro canti di Giacomo Leopardi e quattro incisioni di Walter Valentini, e prosegue negli anni coinvolgendo i più grandi nomi della cultura e dell’arte contemporanea. 103 sono i titoli fino ad oggi in catalogo. Da sabato 21 luglio 2018 fino al 7 ottobre, nelle sale del museo CAMeC di La Spezia, sarà possibile ammirarne una selezione di trentacinque esemplari.
La mostra di La Spezia, importante e inedito progetto espositivo, voluto dall’Associazione Lerici Pea Golfo dei Poeti in collaborazione con Edizioni d’Arte Colophon, intitolata 30 anni di Libri d’Artista celebrano la grande Poesia, nasce dall’idea di un connubio ideale fra il Premio di Poesia e le Edizioni Colophon: celebrare nel 2018 il trentennale dei Libri d’Arte e i numerosi grandi poeti premiati, nel corso dei suoi sessantaquattro anni di vita, del Premio Lerici Pea: Adonis, Caproni, Bertolucci, de Angelis, Luzi, Sanguineti, Conte, Patrikios, Grasso, Magrelli, Cucchi, Govoni e altri “maestri” della poesia, a dialogo con Enrico Baj, Emilio Vedova, Enrico Castellani, Agostino Bonalumi, Mimmio Paladino, Lucio Del Pezzo, Giuseppe Maraniello, Jannis Kounellis, Pino Spagnuolo, Ugo Nespolo, Piero Dorazio, Nicola De Maria e molti ancora fra i più grandi maestri delle arti grafiche e pittoriche.
Ad amplificare questa consonanza, Marzia Ratti ha proposto di inserire uno stimolante contrappunto visivo che si offre quale preziosa digressione; alcune opere appartenenti alle raccolte del CAMeC riverberano il contenuto visivo e grafico delle pagine esposte, essendone autori alcuni dei medesimi artisti: Valerio Adami, Lucio Del Pezzo, Pietro Dorazio, Emilio Isgrò, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Arnaldo Pomodoro.
La mostra è a cura dell’architetto Lucilla Del Santo – Studio Nealinea and Partners.

CAMeC – La Spezia, 20 luglio ore 18.30, ph. Enrico AMICI