Lerici Pea 2020

Inaugurazione della targa dedicata al Poeta Paolo Bertolani

Lerici, 19 febbraio 2020

La “Walk of poetry” si arricchisce di una nuova, importante componente.

Nel 60° anniversario della pubblicazione della raccolta di poesie “Le trombe di carta”, volume di esordio del poeta serrese Paolo Bertolani, e nel ricorrere del 30° anniversario dell’assegnazione al poeta del Premio LericiPea, il Comune di Lerici, con la collaborazione del LericiPea e di Sanlorenzo, ha voluto apporre lungo la passeggiata Sem Benelli, lato San Terenzo, una speciale targa dedicata al poeta.

La targa, che raccoglierà celebri versi di Bertolani, sarà scoperta alle ore 11:00 di mercoledì 19 febbraio, lo stesso giorno in cui, tredici anni fa, il poeta scomparve.

“Il 2020 sarà un anno dedicato al ricordo di Paolo Bertolani che, attraverso i suoi versi, ha tante volte dipinto il nostro territorio con il suo inconfondibile tratto. Bertolani con la sua poesia ci ha lasciato uno straordinario patrimonio di cultura e un alto senso di appartenenza e di rispetto per questa terra, che dobbiamo ricordare e valorizzare ogni giorno – commenta il sindaco, Leonardo Paoletti -. Tengo a ringraziare l’azienda Sanlorenzo per la costante dimostrazione di vicinanza alla cultura e all’arte, filosofia che percorre il loro cantiere e tutti i loro prodotti”.

Scoprirà la targa il sindaco Leonardo Paoletti, affiancato dall’amministrazione comunale, dal presidente dell’edizione 2020 Lerici Pea, Piergino Scardigli, e dalla coordinatrice generale del Premio, Lucilla Del Santo.

La targa andrà ad arricchire il lungomare intitolato al poeta Sem Benelli, che collega San Terenzo a Lerici e ospita 33 targhe commemorative, supportate da altrettanti leggii installati ad hoc, riportanti i nomi dei poeti vincitori del Premio LericiPea “alla Carriera” dal 1991 al 2019.


Premio Speciale LericiPea a Renzo Piano

©RPBW – ph. Stefano Goldberg

Renzo Piano sarà ospite de La Versiliana l’8 agosto alle 18.30. In questa magica serata gli sarà conferito il Premio Speciale Lerici Pea, assegnato dall’Associazione Lerici Pea in rarissime occasioni e a personalità di assoluto ed unico rilievo. Così è stato per Carmelo Bene il 6 giugno del 2000, e così sarà per Renzo Piano, sicuramente il Ligure e l’architetto più conosciuto al mondo e firma del nuovo ponte genovese che si inaugurerà a breve. L’Associazione, che come è noto si occupa di celebrare le eccellenze della Poesia mondiale, ha ritenuto di assegnargli un Premio Speciale, anche dopo aver ascoltato le sue stesse parole: “Il nuovo ponte dovrà cantare, dovrà ricordare la storia, la terribile, metabolizzare il lutto della città. È come la poesia del mare che registra suoni, voci, profumi, luce e li restituisce a coloro che hanno occhi per vedere e orecchie per ascoltare”. E ancora quando ha affermato, parafrasando Giorgio Caproni, che sarà un ponte “d’acciaio forgiato dal vento”.

Ma soprattutto perché siamo fermamente convinti che la prima “idea” di Piano, da cui poi è scaturito tutto il progetto, sia stata pura Poesia. D’altronde, lui stesso ci conferma che: “L’architetto alle 9 si sveglia poeta, alle 10 diviene artigiano e verso le 11 è meglio che diventi proprio un costruttore”.

Lucilla Del Santo – Event Manger Premio Lerici Pea

©RPBW – ph. Stefano Goldberg

Renzo Piano, che ammiro da sempre, lo incontrai tempo fa a Milano in occasione di una grande mostra in Triennale dedicata al suo lavoro e raccolsi questa sua testimonianza:

IL Mestiere
“il mestiere di architetto è straordinario, un mestiere d’arte, umanistico ma anche tecnico che assolve ad uno dei bisogni primari dell’uomo: quello di avere un rifugio. L’architetto è un mestiere nobile, utile ma anche pericoloso. È un’arte di frontiera, é l’arte delle arti. D’altronde Borges diceva che l’arte è una rapina a fin di bene. È un mestiere che ti addestra a cambiare il mondo, che ti porta alla ricerca del bello. Quando fai tanto addestramento come fai ad accontentarti?

IL Padre
“Mio padre era un costruttore. Sono nato appena prima della guerra, sono figlio di un temporale dell’umanità. Sono cresciuto in un mondo che cambiava, che cresceva in una città come Genova fatta di acqua e di pietra. A Milano negli anni ‘60 lavoravo da Franco Albini di giorno mentre di notte occupavo l’università.”

L’Architettura
“l’architettura ha bisogno di ascolto per capire quali sono i bisogni della gente. Ascoltare vuol dire trasformare. Ascoltare anche chi non parla, perché quelli che hanno meno da dire di solito sono quelli che parlano di più”

La Bottega di Parigi
“Io a Parigi ormai da tantissimi anni, in Rue des Archives 34 ho una Bottega Artigiana di Architettura. La mia bottega é un vero museo degli orrori, in cui si accumulano le idee, i modelli, i ripensamenti, le opere non fatte, ma proprio perché qualsiasi forma é sospesa fra la memoria e l’oblio, amo tantissimo questo luogo.”

IL Beaubourg
“Mi ricordo che quando progettammo il Beaubourg eravamo dei ragazzi con i capelli lunghi come i Beatles, al concorso parteciparono in 181 studi di architettura e noi non pensavamo certo di vincere. Ho sempre avuto una certa fortuna nella vita.

La Luce e le Trasparenze
“Riguardando i miei progetti mi accorgo quanto sia stato importante il rapporto con la luce e le trasparenze. Specialmente nei musei come quello di Houston o di Basilea. (Si riferisce alla Fondazione Beyeler appena fuori Basilea, museo colmo di capolavori, che personalmente adoro e ammiro per come è gestito in maniera esemplare, mia tappa fissa ogni volta che mi reco ad Art Basel. Ndr) perché in fondo sono convinto che l’arte non deve essere esposta in un ambiente neutro. Già la parola neutra è orribile. Un articolo neutro è terribile. Non interessa a nessuno. Se si fa un museo lo spazio deve essere leale con l’opera d’arte.”

Potsdamer Platz
Uno dei progetti più complessi che ho mai realizzato è quello di Berlino. La ricostruzione di Potsdamer Platz, perché là non c’era più niente e la libertà assoluta non ti aiuta affatto”.

La Moda delle Archistar
“Oggi anche in architettura c’è un’ansia da prestazioni preoccupante. C’è un priapismo mediatico che genera la moda delle archistar”.

Il Buono e il Bello
“In tutte le lingue africane non esiste separazione fra il termine buono e bello. C’è insomma la perfetta congiunzione a cui aspira anche l’architettura fra forma e contenuto.”

Nuova Caledonia
“Nel mio progetto in Nuova Caledonia mi sono molto divertito a sconfinare fra l’architettura e l’antropologia”.

Il Senso della Città
“Il successo dell’architettura italiana nel mondo è che noi abbiamo dentro il senso della città. La nostra architettura fa città. Ce l’abbiamo dentro grazie al contesto in cui siamo cresciuti. Ogni nostra architettura ha un rapporto con la città, non vive a se stante.”

New York
New York è una città metamorfica che ama catturare la luce. Nel mio progetto per il grattacielo del New York Times, costruito dopo l’11 settembre, facemmo vincere ( e non era semplice da far passare) il concetto che la trasparenza è più sicura dell’opacità.

Il Museo di Chicago
“Uno dei momenti più felici della mia carriera è stato durante l’inaugurazione del museo di Chicago in cui ho visto come la città seguisse con passione questo nuovo arrivato. Perché gli edifici culturali hanno sempre la grande forza di essere una barriera alle barbarie umana. Celebrano la socialità”.

Chicago
“Chicago è una città straordinaria rinata dopo un enorme incendio. Ricostruita attraverso la dignità di un’architettura nata come pura forza della necessità”

Il Progetto
“In genere, e anche a me capita, l’architetto dopo aver impiegato 10 anni a realizzare il suo progetto é sempre tentato, se potesse, di rifare tutto diverso da quello effettivamente portato a termine.”

Italo Calvino
“Ricordo che il mio amico Italo Calvino, che mi veniva spesso a trovare mentre costruivamo il Beaubourg, mi diceva che le città hanno sempre una parte felice nascosta.”

La Mia Genova
“Pensando alla mia Genova in cui c’é tanto ancora da fare, trovo che questa città ha comunque sempre una forza straordinaria dentro di sé. Bisogna ridare energia a questa cittá. Io in questi anni con la sistemazione del porto ho contribuito perlomeno a restituire il mare a Genova.”

Le Simulazioni Virtuali
Io ricostruisco, pensandoli costantemente, come fossero degli ologrammi mentali, i miei progetti. Penso che gli architetti che fanno i modelli o i disegni troppo belli si fregano con le loro mani. Adesso c’é la mania delle simulazioni virtuali che tutti i clienti ti richiedono. Cosa che io sinceramente non amo perché non so nemmeno io quale sará il risultato finale del mio pensiero in costante mutamento e affinamento. Questo mio continuo pensare e ripensare al progetto mentre mi muovo é meglio dell’ Ipod. In fondo ricordo che anche Calvino prendeva appunti continuamente.”

Le Forme Nuove
“Ritengo che sia buona norma ogni volta che si affronta un nuovo progetto passare molto tempo nel luogo, percorrerlo in lungo e in largo per assorbirlo e comprenderlo intimamente. Ho sempre pensato che l’importante nel mio lavoro fosse togliere, fosse essere leggeri. Tutti sanno fare forme nuove; é difficile farle con un senso.”

Alberi in piazza Duomo
“A Milano io prima di tutto, come dice il mio amico Claudio Abbado, pianterei soprattutto e dappertutto alberi, compreso in piazza Duomo. Ho poche idee ma chiare”.

Le Periferie delle Cittá
“Le periferie delle cittá sono autentiche casseforti di energie della città che sarà. È per questo che penso che la crescita sostenibile delle città debba essere implosiva, non a macchia d’olio, debba insomma ripensare gli spazi attuali senza dilatarli ulteriormente. Senza la nostra sublime testardaggine non si è mai al centro delle cose”.

La Salvezza del Mondo
“Nel mestiere dell’architetto c’è uno sconfinamento sistematico delle competenze ed è per questo che la musica, il cinema, la letteratura influiscono tantissimo nel nostro lavoro. Adoro la parola meticcio che è in fondo l’arte di mettere assieme le differenze e l’emergere di affinità globali è la salvezza del mondo.”

Parole quelle di Renzo Piano, che raccolsi nel 2009 durante una sua piacevolissima conferenza, di una sorprendente attualità. Ed é per questo che Sanlorenzo (primo cantiere navale al mondo per costruzioni di yachts oltre i 30 metri, che ha le sue 4 sedi tra la Toscana e la Liguria), grazie alla direzione del Cavalier Massimo Perotti che ha voluto valorizzare le eccellenze culturali del territorio diventando partner del Premio Lerici Pea, il più antico d’Europa che da sessantasei edizioni premia i più grandi poeti del mondo, quest’anno ha promosso e sostenuto l’idea di conferire questo Premio Speciale Lerici Pea proprio a Renzo Piano, un grande umanista oltre che straordinario architetto, amante del mare e delle barche a vela, che ha appena donato un ulteriore progetto alla sua città natale per farla rinascere e apprezzare da tutto il mondo.

Un ponte che simbolicamente unirà anche le culture che rendono unica l’Italia nel mondo.

Sergio Buttiglieri
Style Director Sanlorenzo


Roberto Pazzi: Un giorno senza sera

Cantieri Salorenzo, 28 agosto 2020


Premio LericiPea “alla Carriera” 2020 a Olga Sedakova

Discorso per il conferimento del premio LericiPea “Alla carriera” 2020
Olga Sedakova

Vorrei innanzitutto ringraziare l’eminentissima Giuria del premio per il riconoscimento che, devo confessare, non mi aspettavo. È un grande onore per me e una grande gioia. Ed è un augurio che viene dall’Italia, paese che io amo sin dall’infanzia in modo del tutto particolare – e ogni incontro con questo paese è per me una festa. È il paese in cui il genio artistico dell’uomo – plastico, musicale, poetico – ormai da secoli si trova come a casa propria, nella propria casa amata. Per la cultura russa (e per la poesia russa in modo particolare) è più di un secolo che l’Italia è una presenza familiare: è il sogno che non cessa di essere sognato per tutta la vita, un sogno di bellezza e felicità. Così ne parlano i nostri grandi poeti, Puškin e Baratynskij, Achmatova, Pasternak e Brodksij.

Questo premio mi è assegnato in un anno tutt’altro che felice. L’Italia, come anche la Russia, come tutto il pianeta, attraversano una difficile calamità, dalla quale per ora non si vede via d’uscita: la pandemia causata da un nuovo morbo, di cui fino ad ora si sa ancora troppo poco. Si continuano a cercare i modi per vincerlo, che suscitano controversie, mentre non tutti acconsentono alle difficili condizioni di quarantena che ci privano del nostro stile di vita consueto. Solo ora ci siamo accorti come quello che consideravamo “ordinario” sia diventato un dono inaccessibile: la libertà di comunicazione e d’incontro, la libertà di viaggiare, la possibilità di lavorare e studiare insieme… Era la nostra semplice vita quotidiana, e ora ci troviamo come in prigione o sotto l’occupante. E forse la cosa ancora più dura: questa situazione ci costringe a vedere nell’altro prima di tutto un pericolo per noi stessi, e in noi stessi un pericolo per gli altri. Questo flagello, tra le altre cose, mette alla prova la nostra umanità. Certo anche prima del COVID è improbabile che ci si fosse completamente dimenticati d’essere mortali e del fatto che il futuro era fuori dal nostro controllo e imprevedibile. Ma la pandemia ha messo a nudo i limiti dell’esistenza terrena – la conditio humana – con impietosa evidenza. Molti (e io stessa tra loro) hanno dovuto prendere congedo da persone amate, vittime del virus. Improvvisi addii, improvvise perdite. Vorrei qui onorarne la memoria. E augurarmi che imparassimo a mobilitare tutte le nostre cure e a fare tutto ciò che è in nostro potere per ridurre il numero delle vittime future.

Non occorre essere profeti per rendersi conto che un’altra sciagura comune è alla nostra porta, o ha forse già varcato la soglia. Intendo lo stato del nostro pianeta (altre parti dell’universo non sono ancora state toccate dall’attività umana). Non è che la nostra civiltà sia intenzionalmente nemica della natura: ma è stata inconsapevolmente spietata e imprevidente nei suoi confronti. Si è sviluppata dall’ipotesi di risorse illimitate, che si dovevano semplicemente saper “usare”. E poterlo fare senza fine.

Sottomettiamo lo spazio e il tempo,

Siamo i baldi padroni della terra!

come cantava l’allegra canzone sovietica alla metà del secolo scorso. In questi nostri giorni, in cui abbiamo sottomesso ancor più cose nel mondo, questo domìnio non suscita più l’entusiasmo generale, ma la paura. Spazio e tempo, aria e acqua, il mondo degli esseri viventi e delle piante – tutto ora mostra a che cosa conduca quest’uso predatorio. Con quale impoverimento e sventura si rimanga “padroni”.

Non ho intenzione di ripetere programmi ecologici o di denunciare la civiltà in favore di un “ritorno alla natura”. Io stessa sono figlia di questa civiltà e una sua utilizzatrice. Ne parlo solo perché la poesia ha sempre conosciuto un atteggiamento diverso nei confronti del mondo. È proprio questo atteggiamento “altro” a ispirarla. Vorrei citare le parole di un nostro meraviglioso filosofo e mio amico, Vladimir Vladimirovi

Bibichin:

“La poesia non riflette il mondo, lo fa entrare in se stessa, permettendogli di essere quello che è: invisibile, nuovo, che regna con sovrano distacco nella pace. È proprio questo quel che il mondo continua ad essere nella poesia; non solo mentre essa viene scritta, ma anche dopo, molto tempo dopo che è stata scritta, quando anche il poeta che l’ha scritta non esiste più. Il mondo continua ugualmente ad essere presente nella sua parola.

Sì, la poesia, che lascia essere il mondo, che lo lascia essere qual esso è (e sono questi i versi che di solito definiamo “grandi” o “immortali”), non scaturisce dal fatto di “riflettere” il reale, di “combatterlo” o “lodarlo” – o al contrario, di “comporre”, di “escogitare qualcosa di completamente inedito, dissimile da tutto quel che si trova in circolazione”. La poesia è capace – non so esprimermi più chiaramente – di scomparire dinanzi al mondo. Può aprirsi, dimenticare se stessa – e dare spazio al mondo, al quale solitamente la nostra routine quotidiana non lascia spazio. Quale mondo? Vladimir Bibichin ha detto bene: al mondo qual esso è, “invisibile, nuovo, che regna con sovrano distacco nella pace”. Come facciamo a sapere che il mondo sia proprio così? Eternamente nuovo e invisibile? E – aggiungo io – infinitamente attento e pronto a servire? Non lo sappiamo una volta per tutte. Lo sappiamo solo ogni volta che c’è una poesia. Quando l’attenzione (che Nicolas de Malebranche definiva “la preghiera naturale dell’anima”i) rivela nella parola la sua musicalità interiore, la sua connessione non solo con ciò che nomina, ma con il mondo intero.

Delle stelle non c’è numero, né fondo all’abisso…

come diceva un antico poeta russoii. Sono queste le poesie che ho sempre desiderato scrivere. Non ho mai voluto né desidero scriverne altre.

So che molti poeti e versificatori non saranno d’accordo con il modo in cui ho presentato qui la poesia, e riterranno che il loro compito risieda in ambiti molto diversi. Ma per me la poesia è l’attenzione nella parola; nelle parole, nelle parole che rivelano, legate tra loro da una legatura simile a quella musicale.

Terminerò dove ho iniziato: con la gioia e la gratitudine per il fatto che la poesia non sia dimenticata, anche in tempi difficili. Questo dà speranza.

Grazie dell’attenzione.

(tr. A. Mainardi)

NOTE

i L’attention doit être comprise, dans cette perspective, comme une prière naturelle, que nous faisons à la vérité intérieure, afin qu’elle se découvre à nous: l’attention de l’esprit est une prière naturelle par laquelle nous obtenons d’être éclairés par Dieu et par la raison.

ii М. Ломоносов. Вечернее размышление о Божием величии.