Maria Grazia Calandrone

Premio LericiPea "Edito" 2020/21 - i Finalisti

MARIA GRAZIA CALANDRONE

Maria Grazia Calandrone è poetessa, scrittrice, giornalista, drammaturga, autrice e conduttrice Rai, scrive per «Corriere della Sera» e «7» ed è regista per «Corriere TV» dei videoreportage sull’accoglienza ai migranti “I volontari” e “Viaggio in una guerra non finita, su Sarajevo. Tiene laboratori di poesia in scuole pubbliche, carceri, DSM. Premi Montale, Pasolini, Trivio, Europa, Dessì e Napoli per la poesia, Bo-Descalzo per la critica letteraria. Ultimi libri: Serie fossile (Crocetti 2015, Feltrinelli 2020 – rosa Viareggio), Gli Scomparsi – storie da “Chi l’ha visto?” (pordenonelegge 2016), Il bene morale (Crocetti 2017 e 2019), Giardino della gioia (Mondadori 2019 e 2020), le traduzioni Fossils (SurVision, Ireland 2018) e l’antologia araba Questo corpo, questa luce (Almutawassit Books, Beirut 2020), Per voce sola, raccolta di monologhi teatrali, disegni e fotografie, con cd di Sonia Bergamasco, Alda Merini (Solferino 2021) e Splendi come vita (Ponte alle Grazie 2021, semifinalista Premio Strega). Porta in scena i videoconcerti Senza Bagaglio e Corpo reale. Sue sillogi compaiono in antologie e riviste di numerosi paesi.

Giardino della Gioia

ogni cosa che ho visto di te, te la restituisco amata

tutta la vita è stata un esercizio per tornare
al tuo corpo
caldo come la terra

eppure scrivo della solitudine

di cocci d’osso
in conche di sabbia
scavate
con gli occhi delle scimmie che cercano riparo

corpi come scodelle rovesciate
i catini del cranio colmi di cielo

Deposto il nome

Diceva sempre
ditele che la amo
e ditele che ho fatto tanta strada
per amarla.

Ditele che se uscivano
angeli e diavoli dalla sua bocca,
io vedevo soltanto la sua bocca.

Ditele che mi abita
per sempre.
Diteglielo, vi prego. Diceva sempre.

30 aprile 2016

Veglia alla Cenere

Dare l’acqua al basilico,
aggiungere una manciata di sale grosso
all’acqua di cottura
sono gesti che bastano, per ora,
a distinguerci da quello che muore.

Roma, 26 aprile 2018

L’85 è il sorriso degli amanti quando s’incontrano per caso a Fiumicino Aeroporto

Metà maggio, Roma
bella come un miraggio. Sul piano cartesiano
dell’asfalto del Corso, la tagliola del becco di un gabbiano
scatta
sul silenzio assoluto della preda, una tortorina comune. Osso giallo su piume cinerine
arruffate. Rasoterra, una stasi irreale.

La natura si adatta al cambiamento. Ogni singola cellula di ogni corpo
vivo, obbedisce alla norma universale: ottenere il profitto maggiore
col minore dispendio di energia. Non fanno eccezione
i quattromila Larus michahellis (gabbiano reale mediterraneo)
che hanno colonizzato le discariche urbane. E noi, avvinti a guardare
bianchi uccelli marini cacciare
alla larga dal mare. Corpi alieni, scheggiati, malinconici come relitti.

La tortorina grigia non si dibatte, pare pronta alla fine: forse

la natura ha pietà. Forse le tortore, le gazzelle, i cervidi, forse tutte le prede
sono provviste di una ghiandola
che rilascia endorfine (anestesia, addirittura benessere), adesso che la trappola si chiude
sopra la loro vita
mitissima. Un dolore
annunciato dalla nascita. Una paura
prevista, sopra la quale ininterrottamente
scorre il sangue della dimenticanza.
La tortorina ha smesso di aspettare.
Quello che doveva accadere, è accaduto. È docile, non piange.

Dal fondo della strada avanza l’autobus 85, che investirà la coppia, l’assemblaggio storto
di rostro, collo e tensione
craniofacciale, se il gabbiano non avrà forza per sollevarsi in volo
col suo muto fardello semivivo.

Stacco dell’occhio giallo. Stacco da terra, fallito. Nessuna zuffa. Il predatore di mare sgancia la presa.

Il corpo molle della tortorina cade
in abbandono. Morta
o non ha capito
di essere salva. Tutta scossa, si riprende
sé, la bella vita
gialla di primavera. Farà un nido, s’innamorerà. Per cominciare,
zoppica e sbanda fino al marciapiede. Salva, improvvisa, perturbata sempre. La libertà l’ha avuta
impreparata. Accogliere
la gioia, è il mestiere di tutta la vita.

23 febbraio 2016

Intelletto d’amore

La poesia è anarchica, risponde a leggi solo proprie, non può e non deve piegarsi a nient’altro
che a se stessa.
La sua legge interiore è ritmo, musica assoluta.
Questo spiega la commozione che proviamo nell’ascoltare letture di poesia in lingue a noi sconosciute.
Abbiamo l’impressione di comprendere
anche se non capiamo le parole,
perché le nostre molecole consuonano con la musica profonda della poesia,
che è la stessa in ogni lingua: un ultrasuono, un rumore bianco.
Una lingua invisibile, un ronzio nucleare
traducibile per approssimazione,
una sonorità che entra in risonanza con la parte più estranea e profonda delle nostre molecole
e col rombo primario della materia
che compone la sedia
sulla quale sediamo.
Come certa musica – penso al Chiaro di luna di Ludwig van Beethoven – è un linguaggio
letteralmente universale:
i poeti lo scrivono da sempre, ma le recenti scoperte astrofisiche lo confermano
con rigore scientifico, non più solo intuitivo: il nucleo più profondo di noi
è composto della stessa materia delle stelle.
Parole di Margherita Hack: «Tutta la materia di cui siamo fatti l’hanno costruita le stelle. Tutti gli elementi, dall’idrogeno all’uranio, sono stati fatti nelle reazioni nucleari che avvengono nelle supernovae, stelle molto più grandi del Sole, che alla fine della loro vita esplodono e sparpagliano nello spazio
il risultato di tutte le reazioni nucleari avvenute al loro interno».
Dalle scoperte ultimissime sappiamo ancora che
metà degli atomi che formano i nostri corpi è materia prodotta fuori dalla Via Lattea, viene da una distanza
che non si può
commensurare.
La vibrazione delle nostre molecole entra in risonanza materiale con la vibrazione dell’universo,
fin dentro l’universo sconosciuto. QQQuesta forza
«che move il sole e l’altre stelle»
è quella che Dante chiama «amore».
La poesia intercetta il corale profondo e ininterrotto di questa forza, intona la sua voce
al rombo delle stelle extragalattiche
e al rombo primario della materia
che compone la sedia
sulla quale sediamo.
È un oggetto fatto di parole
sempre d’amore.
E basta.

Interiore Invernale

a Gaetana, mia nonna


Ogni volta che ti penso – ma non è esatto
scrivere che ti penso, semplicemente
consisti
nel peccato
di amare la vita – vedo la cucina
d’inverno, l’ammattonato a scacchi di graniglia bianca
e verde, il carrello carico
di broccoli e arance, le foglie generose
e scure sporgere all’orlo
delle buste, l’aria fredda, la brina sui vetri
e il sole di mezzogiorno
intiepidire la soglia
di marmo, i vasi
di gerani al davanzale, le arance sul vassoio, i pavimenti
passati a cera. Un interno perfetto. E la tua muta
presenza seduta
come un sasso negli anni sulla riva del fiume,
la tua esistenza concentrata all’angolo
della cucina. Mentre il mondo cambiava (la guerra
del Vietnam, Pasolini, Moro,
la caduta del Muro
di Berlino) tu come gli animali
stavi senza domande. Senza dolore. Semplicemente
esistere. Esistere
e basta. Essere casa come sono casa
i corpi, gli abbandoni, le guarigioni.

E il tuo corpo alla fine oltre il limite umano sporgeva chiaro
all’orlo della vita come le foglie
d’arancio dal carrello. Esistevi oltre il limite,
per non lasciarmi sola. Curavi il disamore
che sarebbe arrivato, nella mia vita
come in ogni vita, con il tuo essere
come la pietra d’angolo
della realtà, quella che argina
l’incrollabile vuoto
della materia, l’albero appena prima del deserto.

Roma, 28 agosto 2018

Risposta per Arturo

Se anche mio figlio, ieri, col libro di grammatica
greca aperto sul tavolo, sorridendo confuso tra il desiderio
di non dispiacermi e il pragma
della cosidetta realtà, chiede: “A che serve?”
io dico a voi, ragazzi: la bellezza
è gratuità del gesto,
come quando vi amate,
è il momento preciso in cui un essere umano
si stacca da terra,
s’inginocchia e disegna
un toro
sulla parete
della sua grotta,
a Lascaux. Così,
senza motivo.
O ha scoperto il modo
per non essere solo
– e ha scoperto il modo
per non morire.

Roma, 6 marzo 2018

Poesia-sudario per Genova 14 agosto 2018

Il sudario si chiama sudario
perché assorbe gli umori
dei morti. Viene deposto
sul volto, per nascondere allo sguardo dei vivi
il lavorio della morte
nei lineamenti amati, le enfiagioni
e lo scavo finale, la riduzione all’osso, che riporta
la materia conclusa di un corpo nel non finito dell’altra
materia, all’indistinto delle zolle e degli astri.
Il sudario è deposto per pudore
sul volto, perché quel volto smetta di finire
sotto i nostri occhi. Così vorrei
che le parole, poiché non possono asciugare davvero
neanche una goccia
del vostro sangue, ricordassero almeno
la vita, il celeste profondo
o la rosa canina fra i paranchi
che vi ha fatto sorridere
per la sua ostinazione d’essere viva
nel cantiere perpetuo del porto
luminoso di sole morente
o l’altro sole, la grandezza radiale dell’alba
sollevata tra guizzi di reale come un rinascimento.
Mondo contemporaneo che vai a morire
tra i gabbiani delle periferie,
sotto la rotazione della Via Lattea come una verde insonnia dell’universo
che non ci guarda, mondo che sei questo infinito esistere che non contempla
i mortali, senza nome e cognome torneremo cose
tra le cose, senza involucri e senza nostalgia ritorneremo
all’indifferenziato delle stelle. Ma adesso, adesso
che siamo vivi

Roma, 15 agosto 2018

Come si dice amore nella tua lingua

«Le lingue non hanno confini, i confini sono solo politici» «Esiste una lingua invisibile alla quale attingiamo tutti» «Ogni scrittura è traduzione di un mondo» «Io attraverso le lingue che conosco in cerca della lingua universale». Questa è la vera avanguardia, la vera
profezia per il futuro della specie.

Fekrì, hubùn, dashùri
sirèl, bhālabāsā, agàpi
uthàndo, ài, jeclahày
süyüü, obichàm, aròha
lyubòv’, hkyithkyinnmayttàr
khairtài, cariàd, upéndo
amour, is bràe, snēhàṁ
maxabbàt, szerelém, rudo,
ādaràya, fitiavàna
liebe, evîn, miq’vàrs.

Continuate in settenari chiari
con questi suoni, nuovi come il mondo
che dicono da prati
e da foreste, igloo, capanne
e palafitte, grattacieli e canoe: io, questo niente
caduto nel sogno della materia, avrò cura di te
fino alla fine del mondo.


Roma, 9 febbraio 2019

Corsivi di Anna

Tra i residui della lavorazione del metallo
trasformiamo in poesia le materie povere
con il cuore a martello
e il viso
di chi apre la porta
in un giorno di festa
mentre sfilano tamburelli e trombe con i nastri
e zucchero filato e la strada di sempre sembra
grandissima, finalmente viva.
La realtà è così grande.

Ci sono le rondini, le ciliegie, l’aria, il purè, gli abbracci, i gatti, il pane caldo, i binari che brillano al sole, portare il formaggio alla volpe di Villa Pamphili, i libri, i baci, le polpette, il ronzio di una bicicletta azzurra che fila
nell’aria ferma dell’estate, le case degli amici, il sole quasi obliquo sulla vendemmia, il silenzio degli stabilimenti semivuoti dentro il peso d’arancia matura
del pomeriggio, l’acuto di rondine
in fondo al grido dei bambini e l’odore dei tigli in pieno giugno a San Saba. Per ciò vale la pena essere nati.

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