Seamus Heaney

Seamus Heaney (Mossbawn, Irlanda del Nord, 1939 – Dublino, Repubblica d’Irlanda, 2013) è uno dei poeti più amati del nostro tempo. I suoi scritti in versi e in prosa, sono letti, studiati e tradotti in ogni angolo del pianeta. In quasi mezzo secolo di scrittura – del 1966 la prima raccolta, del 2010 l’ultima – Heaney ha pubblicato 12 libri di poesie, tutti con la prestigiosa casa editrice londinese Faber & Faber: Death of Naturalist (Morte di un naturalista, 1966), Door into the Dark (Una porta sul buio, 1969), Wintering Out (Traversare l’inverno, 1972); North (Nord, 1975); Field Work (Lavoro sul campo, 1979), Station Island (Station Island, 1984), The Haw Lantern (La lanterna di biancospino, 1989), Seeing Things (Vedere le cose, 1991). The Spirit Level(La livella e lo spirito, 1996), Electric Light (Luce elettrica, 2001). District and Circle (District e Circle, 2006) e Human Chain (Catena umana, 2010). Heaney ha inoltre pubblicato 3 raccolte di saggi critici, traduzioni letterarie (in plaquette, riviste, antologie, volumi) in 15 lingue, culture e canoni diversi. Ricordiamo solo L’ultima passeggiata, silloge rurale da Myricae di Giovanni Pascoli, e il Libro VI dell’Eneide di Virgilio, pubblicate postume nel 2013 e nel 2016 rispettivamente. Senza trascurare recensioni, testi occasionali, interviste, documentari e letture (tante delle quali ora disponibili online). Non si contano i riconoscimenti nazionali e internazionali per le singole opere e alla carriera, tra cui ricordiamo anche il Premio Lerici Pea “alla Carriera” nel 2005, e, su tutti, il Premio Nobel per la Letteratura, che gli è stato conferito nel 1995 per la «bellezza lirica» e la «profondità etica» delle sue opere, che «esaltano i miracoli quotidiani e il passato vivente». Negli ultimi anni di vita, ha curato i contenuti del Meridiano Mondadori, Poesie, pubblicato postumo nel 2016. Con la prossima pubblicazione di Lavoro sul campo (Field Work, 1979), a cura di Marco Sonzogni, tutta la sua opera in versi – caso unico nel mondo – sarà disponibile in traduzione italiana. È in preparazione inoltre, per tipi, di Faber & Faber, l’edizione definitiva delle sue poesie e delle sue traduzioni, accompagnata da un’antologia della sua corrispondenza e da una biografia letteraria.   


Seamus Heaney (Mossbawn, Northern Ireland, 1939 – Dublin, Republic of Ireland, 2013) is one of the most loved poets of our time. His writings in verse and prose are read, studied and translated in every corner of the planet. In almost half a century of writing – the first collection appeared in 1966, the last in 2010 – Heaney has authored 12 books of poems, all published in London by the prestigious publishing house Faber & Faber: Death of Naturalist (1966), Door into the Dark (1969); Wintering Out (1972), North (Nord, 1975); Field Work (1979), Station Island (1984), The Haw Lantern (1989), Seeing Things (1991), The Spirit Level (1996), Electric Light (2001), District and Circle (2006) and Human Chain (2010). Heaney has also authored 3 collections of critical essays, many literary translations (published in plaquettes, magazines, anthologies, volumes) from 15 different languages, cultures and canons, including ‘The Last Walk’, a sequence of rural poems from Pascoli’s Myricae, and Book VI from Virgil’s Aeneid, published posthumously in 2013 and 2016 respectively. In addition, he published numerous reviews and occasional texts, and featured in many interviews, documentaries and readings (many of which are now available online). He was the recipient of many national and international awards for individual works and for lifetime achievement, including the Lerici Pea Poetry Prize in 2005 and the Nobel Prize for Literature which he received in 1995 for works of “lyrical beauty” and “ethical depth” that “exalt everyday miracles and the living past”. In the last years of his life he edited the contents of the Meridiano Mondadori, Poems, published posthumously in 2016. With the forthcoming publication of Lavoro sul campo (Field Work, 1979), all his work in verse – a unique case worldwide – will be available in Italian translation. The definitive edition of his poems and translations, alongside a selection of his correspondence and a literary biography, are to published over the next few years by Faber & Faber.


POESIE

Scavare

Tra il mio pollice e l’indice riposa
la tozza penna, comoda come una pistola.

Da sotto la finestra, un suono aspro e netto
quando la vanga affonda nella terra ghiaiosa:
mio padre, che scava. Mi affaccio e guardo

finché la sua groppa tesa nello sforzo tra le aiuole
s’abbassa, si rialza vent’anni addietro
curvandosi ritmicamente tra i solchi di patate
dove stava scavando.

Il rozzo scarpone annidato sulla staffa, il manico
saldo contro l’interno del ginocchio a fare leva.
Sradicava gli alti ciuffi, affondava la lama lucente
per sparpagliare le patate novelle che raccoglievamo
stringendole con piacere fredde e dure tra le mani.

Per Dio, il mio vecchio la sapeva maneggiare, la vanga.
E così il suo.

Mio nonno tagliava più torba in una giornata
di ogni altro nella torbiera di Toner.
Una volta gli portai del latte in una bottiglia
con un tappo di carta abborracciato. Si raddrizzò
per bere, poi si rimise subito al lavoro,
fendenti e affondi netti, gettandosi le zolle
sopra la spalla, andando sempre più giù
dove la torba era migliore. Scavare.

L’odore freddo del terriccio sulle patate, il risucchio e lo schiaffo
della torba impregnata, i tagli netti di una lama
su radici vive mi si ridestano nella mente.
Ma non ho vanga per seguire uomini come loro.

Tra il mio pollice e l’indice riposa
la tozza penna.
Scaverò con questa.

Digging

Between my finger and my thumb
The squat pen rests; snug as a gun.

Under my window, a clean rasping sound
When the spade sinks into gravelly ground:
My father, digging. I look down

Till his straining rump among the flowerbeds
Bends low, comes up twenty years away
Stooping in rhythm through potato drills
Where he was digging.

The coarse boot nestled on the lug, the shaft
Against the inside knee was levered firmly.
He rooted out tall tops, buried the bright edge deep
To scatter new potatoes that we picked,
Loving their cool hardness in our hands.

By God, the old man could handle a spade.
Just like his old man.

My grandfather cut more turf in a day
Than any other man on Toner’s bog.
Once I carried him milk in a bottle
Corked sloppily with paper. He straightened up
To drink it, then fell to right away
Nicking and slicing neatly, heaving sods
Over his shoulder, going down and down
For the good turf. Digging.

The cold smell of potato mould, the squelch and slap
Of soggy peat, the curt cuts of an edge
Through living roots awaken in my head.
But I’ve no spade to follow men like them.

Between my finger and my thumb
The squat pen rests.
I’ll dig with it.

Vacanze di metà trimestre

Rimasi tutta la mattina nell’infermeria della scuola,
a contare le campanelle che annunciavano la fine di ogni ora.
Alle due vennero i nostri vicini a portarmi a casa.

Nel portico trovai mio padre che piangeva –
lui che aveva sempre affrontato bene i funerali –
e Big Jim Evans che diceva che era un duro colpo.

Quando entrai il piccolo ciangottò e rise e scosse
la carrozzina, e con mio imbarazzo
alcuni vecchi si alzarono e vennero a stringermi la mano

dicendosi “rattristati dalla mia pena”.
Fu bisbigliato agli estranei che ero il più grande,
che ero in collegio, e mia madre mi teneva la mano

nella sua e cacciava sospiri rabbiosi e asciutti.
Alle dieci arrivò l’ambulanza
con la salma, tamponata e fasciata dalle infermiere.

La mattina dopo salii in camera. Bucaneve
e candele rasserenavano il capezzale; lo vedevo
per la prima volta dopo sei settimane. Più pallido ora,
con un livido papavero alla tempia sinistra,
giaceva nella piccola bara come nel suo lettino.
Nessuna ferita vistosa, il paraurti l’aveva scagliato lontano.

Quattro piedi di bara, uno per ogni anno.

Mid-Term Break

I sat all morning in the college sick bay,
Counting bells knelling classes to a close.
At two o’clock our neighbours drove me home.

In the porch I met my father crying –
He had always taken funerals in his stride –
And Big Jim Evans saying it was a hard blow.

The baby cooed and laughed and rocked the pram
When I came in, and I was embarrassed
By old men standing up to shake my hand

And tell me they were ‘sorry for my trouble’.
Whispers informed strangers I was the eldest,
Away at school, as my mother held my hand

In hers and coughed out angry tearless sighs.
At ten o’clock the ambulance arrived
With the corpse, stanched and bandaged by the nurses.

Next morning I went up into the room. Snowdrops
And candles soothed the bedside; I saw him
For the first time in six weeks. Paler now,
Wearing a poppy bruise on his left temple,
He lay in the four foot box as in his cot.
No gaudy scars, the bumper knocked him clear.

A four foot box, a foot for every year.

Elicona personale
a Michael Longley

Da bambino non potevano tenermi lontano da pozzi
e vecchie pompe con argano e secchio.
Adoravo la discesa nel buio, il cielo intrappolato, gli olezzi
d’erbaccia acquatica, funghi e umido muschio.

Uno, in una mattonaia, aveva un’asse marcia sul colmo.
Gustavo l’intenso impatto quando un secchio
vi cadeva alla fine di una corda a piombo.
Così profondo che non vi si vedeva specchio.

Uno, sotto un muretto a secco, poco profondo,
fruttificava come un acquario. E se tiravi
lunghe radici dal pacciame sul fondo,
un viso bianco vi aleggiava.

Altri avevano echi, restituivano i richiami
con una nuova nitida musica. E un altro
metteva paura perché laggiù, tra felci e digitali,
attraverso il mio riflesso schizzò un ratto.

Adesso, curiosare tra radici, tastare il limo,
contemplare, Narciso dai grandi occhi, qualche sorgente
va oltre ogni dignità di adulto. Rimo,
per potermi vedere, per rendere il buio echeggiante.

Personal Helicon
for Michael Longley

As a child, they could not keep me from wells
And old pumps with buckets and windlasses.
I loved the dark drop, the trapped sky, the smells
Of waterweed, fungus and dank moss.

One, in a brickyard, with a rotted board top.
I savoured the rich crash when a bucket
Plummeted down at the end of a rope.
So deep you saw no reflection in it.

A shallow one under a dry stone ditch
Fructified like any aquarium.
When you dragged out long roots from the soft mulch,
A white face hovered over the bottom.

Others had echoes, gave back your own call
With a clean new music in it. And one
Was scaresome for there, out of ferns and tall
Foxgloves, a rat slapped across my reflection.

Now, to pry into roots, to finger slime,
To stare, big-eyed Narcissus, into some spring Is beneath all adult dignity. I rhyme
To see myself, to set the darkness echoing.